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Marcel ProustAncora prima della Recherche Proust, interrogandosi intimamente, espresse la sua idea di lettura chiedendosi, implicitamente, se si trattasse di “tempo perduto”…

Il saggio Giornate di lettura è interamente guidato dai ricordi dello scrittore che affiorano in maniera spesso casuale, riportandolo ai giorni della propria infanzia passati con un «libro prediletto»: un amore che lo porta a preferire la lettura rispetto ai giochi con gli altri bambini e a dimenticare la merenda; lo porta ad amare la tranquillità e il silenzio della sala prima del pranzo (dove i piatti appesi alle pareti e il calendario sono «compagni rispettosissimi») e a stare alzato notti intere pur di finire gli ultimi capitoli, rischiando anche di essere scoperto e punito.

Non solo: Proust capisce di aver avuto (e di avere tuttora) un autentico legame d’amicizia col libro, ma si tratta di un’amicizia privilegiata, pura, sincera, disinteressata, un rapporto tale che non esiste tra gli uomini: i libri, afferma scherzando un po’ sulle smancerie del suo tempo, non richiedono quei «convenevoli da anticamera che chiamiamo deferenza, gratitudine, devozione», e in loro presenza possiamo anche non temere di dire qualche parola in più che invece, presso gli uomini, rimangono come «cambiali che dovremo pagare». E poi, semplicemente, il libro ci annoia? «Facciamo la faccia tediata». Siamo stufi di leggere? «Lo rimettiamo posto».

Qualcosa però interviene a spezzare questo rapporto apparentemente idilliaco: il libro ha una fine. Già Proust non ama i “salti” («Ogni ora della loro vita ci era stata narrata. Poi, d’improvviso, vent’anni dopo…»), ma quasi non può accettare il fatto che personaggi a cui aveva dedicato tanto tempo, che aveva sinceramente amato (più delle persone reali!) e per cui aveva singhiozzato sarebbero spariti dalla sua vita senza che si potesse sapere altro al riguardo: «Avrei tanto voluto che il libro continuasse […]; ottenere almeno altri ragguagli su tutti quei personaggi, sapere qualcosa intorno alla loro vita»;  «Avrei voluto non Manoscritto Proustamare invano» constata infine amaramente…

Ma possiamo davvero affermare che leggere sia amare invano? Evidentemente no, se continuiamo a farlo, e pure Proust è costretto a ritornare sulla propria affermazione per ritrattarla: il fatto che ogni libro abbia (inevitabilmente) una fine e che le nostre domande rimangano senza risposta significa forse che «la verità non possiamo riceverla da nessuno e dobbiamo cercarla noi stessi».

Eppure, posto che non amiamo invano, tutti abbiamo provato quella sensazione di incompletezza nel terminare un libro: rimaniamo con la voglia di sapere cosa sia successo dopo (vissero davvero felici e contenti? Per quanto? Dove? Ci furono altre avventure?) opposta alla consapevolezza che, in verità, neanche l’autore potrebbe risponderci: insomma, siamo tutti un po’ come Proust.

Recentemente ho letto Baudolino di Eco; non vi svelerò il finale, ma devo confessare che, letta l’ultima riga, non ho potuto far altro che domandarmi “ma Baudolino.. ce la farà?”.

Beatrice Scolari – Corso di Laurea Magistrale in Filologia Moderna dell’Università Cattolica

Siamo tutti un po’ Proust?
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