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El abrazoIl film colombiano El abrazo de la serpiente diretto nel 2015 da Ciro Guerra, vincitore del premio Art Cinéma del Festival di Cannes, candidato all’Oscar come migliore film straniero, costituisce un vero spettacolo per gli occhi e il cuore. Un po’ Dersu Uzala di Akira Kurosawa con la magia dello sciamano in comunione con la natura, un po’ Cuore di tenebra di Joseph Conrad con la schiavitù e gli orrori della raccolta del cauciù, un po’ Apokalypse Now con la follia di un regno nella giungla questa volta messianicamente blasfemo, il film costringe a una immersione totale nella foresta amazzonica.

A contrastare ogni immagine documentaristica però, ecco la scelta del bianco e nero, quasi a farne un vero pezzo di memoria del passato. Si tratta di due storie parallele, una del 1909, l’altra di oltre trent’anni più tardi. Un unico protagonista, Karamakate lo sciamano prima giovane e potente, poi vecchio e appannato, ridotto, come dice lui, a un’ombra di se stesso, così come è solo un’ombra la fotografia che a un certo punto gli scattano. La storia si ripete: ci sono due viaggiatori, l’uno malato, bisognoso di una pianta misteriosa che sola potrà forse salvarlo; l’altro che, sulle tracce del primo, cerca anche lui la stessa pianta per ragioni però più oscure. E c’è lo sciamano che cerca se stesso, il suo compito, dopo che ha abbandonato il suo popolo sterminato dai bianchi.El abrazo

Intorno la profondità della foresta pluviale con alberi-fango-animali-pioggia, ci sono i bianchi che saccheggiano-torturano-uccidono-distruggono, ci sono gli indios che ridono-cedono-si vendono-sono resi schiavi. E in mezzo una grande avventura dello spirito, una ricerca affannosa di un sé che superi definitivamente le sicurezze borghesi, il possesso degli oggetti, l’ottusità di cuore e mente: che inizi finalmente ad ascoltare. Ascoltare la realtà, che è un po’ il grande respiro dell’Universo, che chiede attenzione e rispetto.

Un film non facile ma bellissimo, in cui (ed è per questo che ne parliamo qui) il ruolo della scrittura, della memoria, del libro stampato o del quaderno di appunti e disegni divengono centrali. Le storie si possono raccontare, possono vivere nel tempo, possono attraversare i mari se sono fissate al tenue supporto della carta (si veda anche l’interessante documentario omonimo dedicato al film).

Edoardo Barbieri

Scrivere la storia perché venga letta