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Nella campagna morava il sole scende ormai basso prima del tramonto e i campi ancora vibrano di un vivido verde (più in là altri si stagliano, grigi di stoppie o caldi di aratura). Gli alberi, invece, brillano di un rame scuro, di un rosso intenso o di un vivido arancio mentre gli esili tronchi delle betulle occhieggiano candidi tra la nuvola minuta di foglie dorate. Fanno da sfondo le conifere dal verde profondo di tante tonalità. Il cielo, tersissimi, di azzurro si muta in blu, mentre un bronzeo fagiano si mostra coraggioso quasi sul ciglio della strada. Solo se si ama la realtà fino allo spasmo, fino a struggersi per la sua bellezza, effimera ma che richiama irresistibilmente all’eterno, si può amare Blade Runner (1982). Non è storia fatta per menti aride e calcolatrici, sazie di “cose” e prive di sete di assoluto. Trentacinque anni fa Ridley Scott e Harrison Ford ci hanno fatto sognare mondi mai visti, “navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione” e “i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser”. Una realtà cruda e crudele, inferocita di povertà e miseria, buia e piovosa, in cui uomini “naturali” ne ammazzano di artificiali che, novelli prometei, vogliono strappare il segreto della vita ai loro costruttori/creatori. Un modo geniale per interrogarsi sulla natura dell’uomo, sulla sua sete di vita, sul suo destino.

Dopo trent’anni ecco la sfida di proseguire quel discorso, senza tradirlo, senza imitarlo, senza ridurlo a serie televisiva… (di pensiero opposto al mio Roberto Escobar sulla Domenica del “Sole 24 ore”). Il nuovo Blude Runner 2049 riesce nell’impresa mutando la prospettiva: quanto il prima era poetico e allusivo, quanto questo è visionario e didascalico. Il mondo ha subito nuove distruzioni, nuove dimenticanze, nuovi errori e orrori. La storia si riallaccia strettamente alla precedente, perché unico è il mistero della creazione degli uomini sintetici, i replicanti, del lor vivere e del loro morire. Unica è la loro domanda sul mistero di quel loro essere fatti, come gioco crudele per degli dei ciechi e crudeli o per il sogno infinito dell’anima. Ora però quel sogno prende un senso molto concreto, quasi una traccia, una ricerca o forse un’anamnesi del cuore. Se narrare è il grande sforzo dell’uomo per raccontare se stesso, Blade Runner 2049 ci ha regalato un bellissimo capitolo della storia dell’espressione umana.

Edoardo Barbieri

Raccontare Blade Runner