Facebook Twitter

Il romanzo più importante della letteratura spagnola nonché la parodia del mondo cavalleresco: ecco probabilmente a cosa pensiamo immediatamente nel nominarlo, ma il Don Chisciotte in verità è molto più di questo, e autore ed opera hanno una vicenda molto interessante alle spalle…

Miguel de Cervantes_AnonimoAncora prima che Quijada (o Quesada, poi rinominatosi Don Chisciotte) decidesse di farsi cavaliere, qualcun altro aveva tentato la medesima strada: lo stesso Miguel de Cervantes. Dopo aver vissuto a Roma per alcuni anni infatti, getta la penna (che non aveva prodotto grandi risultati) e impugna le armi, partecipando alla battaglia di Lepanto del 1571 e contribuendo a fermare l’avanzata dei Turchi verso l’occidente: un eroe del suo tempo insomma, che a memento di quell’impresa avrà per sempre un braccio sinistro fuori uso; si scontrerà anche con dei pirati (1575) i quali, scambiandolo per un personaggio importante (lui che vorrà esserlo per tutta la vita!), lo condurranno ad Algeri dove passerà cinque anni in prigione.

Quando Cervantes tornò in Spagna aveva 33 anni: iniziò nuovamente a scrivere, per il teatro questa volta, ma i successi erano modesti e lui continuava a  restare nell’ombra di Lope de Vega oltre che nella povertà, motivo per cui tornò al precedente ed antipatico mestiere di esattore delle tasse e requisitore di viveri.

Si sposò anche, ma il divorzio arrivò dopo soli due anni e, quando la famiglia si trasferì a Valladolid nel 1605, i pettegolezzi che la accompagnavano da tempo non cessarono: i “Cervantes”, tra parenti e amici, erano circa venti e la cosa appariva promiscua; il nostro scrittore non era amato a causa del proprio lavoro, era  appena uscito dal carcere di Siviglia (accusato di  truffa, per la seconda volta!), aveva una sola figlia illegittima e si raccontava che le sorelle ricevessero svariati amanti. Non mancò neppure un’accusa di omicidio. Cervantes si trasferì allora a Madrid dove, caso vuole, morì lo stesso giorno di William Shakespeare: 23 aprile 1616.

Don Chisciotte e Sancho Panza_DorèAnche le vicende riguardanti il romanzo sono curiose: il Don Chisciotte fu iniziato nel 1602 durante la prigionia a Siviglia e doveva trattarsi di una breve novella che, però, crebbe nelle mani dell’autore fino alla pubblicazione, nel 1605, di quella che fu poi conosciuta come la prima parte dell’opera. Prima poiché nel 1614, sull’onda del successo che ebbero le avventure dell’hidalgo, uscì il Don Chisciotte apocrifo di un tale Alonso Fernandez de Avellaneda: ancora non si sa chi si nasconda sotto tale pseudonimo, anche se qualcuno sospetta dell’ingombrante Lope de Vega. Questo costrinse Cervantes a scrivere anche la seconda parte, stampata nel 1615, e (perdonate la “spoilerata”) a far morire il suo eroe rinsavito, di modo che altri non potessero scriverne.

Dunque dovremmo leggere il don Chisciotte solo perché intrigati dalla vicenda redazionale e dalla vita avventurosa e sfortunata dell’autore? Nient’affatto. Il Don Chisciotte è davvero bello. E la sua bellezza risiede in una ricchezza di vari elementi.

Prima di tutto troviamo vari topoi classici: quello del manoscritto ritrovato (Cervantes infatti si definisce patrigno di Don Chisciotte), dell’inadeguatezza dell’autore (“non mi sento all’altezza di tale compito a causa della mia incapacità e della mia poca cultura”), o di caprai che cantano all’hidalgo dei loro amori sfortunati; nonché il topos (trasfigurato ovviamente) del cavaliere in cerca d’avventure, valoroso e innamorato di una dama bella quanto irraggiungibile.

Varie sono poi le narrazioni secondarie, lunghi flashback raccontati dai personaggi che Sancho e Don Chisciotte incontrano nel loro cammino e che rendono il racconto a volte vertiginoso; per non parlare della ricchezza linguistica: il romanzo è in prosa, ma ad aprirlo e concluderlo (e anche inseriti nella narrazione stessa) vi sono poesie, canzoni, sonetti ed epitaffi; numerose poi le citazioni: dai vari romanzi cavallereschi che hanno annebbiato la mente di Don Chisciotte a quelle bibliche, classiche, le autocitazioni (“ma che libro è quello accanto? –La Galatea di Miguel de Cervantes- rispose il barbiere”) anche ironiche  (“da molti anni questo Cervantes è mio grande amico, e so che è piu portato per le sventure che per i versi”); un gioco di rimandi che arriva fino alla critica e al rifiuto del Don Chisciotte di Avellaneda. Divertente ma ben studiata poi è la differenza di tono tra il cavaliere e il suo improvvisato scudiero: Don Chisciotte usa spesso un linguaggio alto e un po’ antiquato, e si lascia andare a discorsi sull’età dell’oro, sulla pazzia d’amore, sull’onore delle donne e la loro imperfetta natura; per contro Sancho, goffo ed ingenuo (crede infatti che il suo signore lo farà governatore di un’isola alla fine delle loro avventure), rappresenta non solo lo sguardo razionale che manca al suo padrone, ma soprattutto la (sottovalutata?) saggezza popolare che esprime attraverso i suoi detti: vada il morto alla sepoltura ed il vivo alla focaccia; la donna onorata e la gamba rotta restano a casa; parlino le carte e tacciano le barbe; vale più un prendi che un ti darò; non da chi nasci ma con chi ti pasci; c’è chi parte per suonare e se ne torna suonato, ecc.

Monumento a Cervantes (Madrid)È proprio in virtù di questa estrema ricchezza, di questo equilibrio tra elementi apparentemente discordanti che il Don Chisciotte sarebbe un’ottima lettura, seppur (lo ammetto) impegnativa: se è vero che leggere arricchisce la nostra fantasia, empatia, la nostra cultura e capacità linguistiche, allora il romanzo di Cervantes da questo punto di vista è una lettura completa grazie alla varietà e ampiezza di toni, rimandi, citazioni, detti, discorsi e narrazioni secondarie.

È anche una lettura divertente (per la maggior parte), ma non è né semplice né semplicemente la parodia dei romanzi cavallereschi tanto amati e letti da tempo: rappresenta l’ultimo sguardo, un po’ ironico e un po’ triste, sulla vita e sull’amara differenza che ci può essere tra le nostre aspettative, le nostre fantasie e la realtà; non che Cervantes volesse fare il moralista, ma certo ognuno di noi ha i suoi mulini a vento da combattere e le sue Dulcinee del Toboso a cui pensare.

Beatrice Scolari – Corso di Laurea Magistrale in Filologia Moderna dell’Università Cattolica

Perché dovremmo leggere il Don Chisciotte?
Tag: