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La voce già di suo un po’gracchiante, amplificata dagli altoparlanti non proprio hi-tech dei mezzi pubblici milanesi, risuona sulle banchine della metropolitana e tra i sedili dei tram e degli autobus: niente “oooh!” e “aaah!”, niente applausi o sguardi nostalgici. Tuttalpiù qualche sorriso qua e là, quelli dei passeggeri più avanti con gli anni. Per il resto smorfie e espressioni smarrite.

E dire che Giovanni “Nanni” Svampa (Milano, 28 febbraio 1938 – Varese, 26 agosto 2017), che il trasporto pubblico cittadino ha celebrato così all’indomani della morte, Milano l’ha cantata per tutta la sua carriera. Anzi, oltre a cantarla, l’ha raccontata. Certo era un’altra Milano: quella della povera gente, che tira carretto; quella dei contadini; quella delle osterie e della mala, dei ladruncoli e delle prostitute; quella dei giovani partiti come soldati e delle mamme che li aspettano. A pensarci bene il mondo non è cambiato poi tanto. Ma il dialetto, chi lo capisce più?

La cultura popolare Nanni l’ha narrata a partire da fatti e personaggi reali: persino in un suo libro di barzellette (Bisogna saperle raccontare, Milano, Ponte alle Grazie, 2005) ha spiegato come le ispirazioni gli siano sempre venute dalle cose che accadevano a lui o attorno a lui. E poi la memoria, come racconta nella sua autobiografia, Scherzi della memoria, appunto (Milano, Ponte alle Grazie, 2002); tra realtà concreta e ricordo è stato forse anche un po’ un poeta. Certo non si è risparmiato: col teatro e il cabaret (indimenticabili le performances con i Gufi) si è messo alla prova in vari generi, dagli spettacoli goliardici a quelli più impegnati (XI non abrogare, in occasione del referendum sul divorzio); e poi i film per il cinema e per la tv. Ovviamente la musica, con le tante canzoni scritte. Senza dimenticarsi dell’opera di Georges Brassens, “il più grande poeta e umorista della canzone nel XX secolo” da lui tradotta (in dialetto milanese) con sensibilità, per poter “trasporre in modo efficace temi, personaggi, atmosfere da Parigi a Milano, convinto come sono che tradurre deve essere un’operazione che dia nuova linfa ai testi originali”, come ebbe a dire.

Nella varietà delle forme e dei linguaggi ha sempre portato la sua ironia, la sua simpatia e anche un filo di malinconia. Forse, nel riascoltare le sue canzoni, con i suoi personaggi e il suo mondo che sembra tanto lontano e diverso dal nostro di oggi, quello sguardo disincantato, ironico, eppure pieno di simpatia, è il suo lascito più grande.

Fabrizio Fossati

Nanni Svampa (1938-2017). Un breve ricordo