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mago di Oz‹‹Oz è quel posto, dieci minuti prima di addormentarsi, dove ci si benda le ferite, si mettono i piedi a mollo, sogniamo di essere migliori, sonnecchiamo con una poesia sulle labbra, e decidiamo che bisogna dare all’umanità, con tutte le sue falsità, bassezze e scemenza, un’altra possibilità quando verranno l’alba e una buona colazione››. (Ray Bradbury)

Quando una bambina smarrita, uno Spaventapasseri col cervello di paglia, un Uomo di latta senza cuore e un Leone fifone si incontrano e decidono di unire le proprie debolezze non c’è proprio nulla che non sia possibile. Nella città di Oz, come per le strade di tutto il mondo, essere imperfetti ci rende più consapevoli di aver bisogno anche dei difetti altrui per essere completi. Ce lo ricorda addirittura l’algebra con la regola dei segni: – x – = +.

In fondo, ciò che da sempre muove l’uomo ad agire è proprio una mancanza, un bisogno; così per questa insolita squadra: a Dorothy manca la sua casa, allo Spaventapasseri un cervello pensante, all’Uomo di latta un cuore che batte e al Leone il coraggio. Il viaggio verso Oz, dove li aspetta il più grande mago di tutti i tempi, unico − a loro dire − in grado di realizzare i propri desideri, è impervio e irto di insidie. È un cammino pieno di rivelazioni, soprattutto per il lettore che non tarda a scoprire che tutto ciò di cui i personaggi vanno in cerca, in realtà lo possiedono già. Lo sapeva bene anche l’autore Frank Baum: per realizzare i propri desideri non occorrono maghi furfanti ma i difetti. L’imperfezione dunque come tensione verso, come aspirazione, pungolo ad agire.

Si può essere sempre migliori ma, a volte, è bene constatare anche come siamo belli così, un po’ Mago di Ozammaccati dalla vita, dagli incontri, dalla fatica del percorso. ‹‹Ringrazio il cielo di essere fatto di paglia e di non rompermi facilmente – dice ad un certo punto lo Spaventapasseri −. C’è di peggio che essere uno Spaventapasseri››.

Le storie forniscono il grande privilegio di incontrare personaggi che, nella vita di tutti i giorni, rifuggiamo. Trascorriamo ore con assassini, ladri, imbroglioni, ragazzacci e, a volte, ci scopriamo a ridere e piangere con loro. La letteratura fa sospendere il giudizio. In questo modo comprendiamo l’errore, lo accettiamo, diviene fonte di rinascita, possibilità. Perdoniamo gli altri e anche un po’ noi stessi.

È ascoltando la propria paura che il Leone scopre il coraggio. Allo stesso modo lo Spaventapasseri, l’Uomo di latta e Dorothy; accettando la propria natura, la superano.

A scuola non ce l’hanno mai detto ma l’imperfetto non è solo un tempo verbale: è l’uomo!

Anna Amico − Corso di Laurea Magistrale in Filologia Moderna dell’Università Cattolica

Meno per meno uguale più. L’imperfetto non è solo un tempo verbale.
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