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Don Ferrante - GoninNello sterminato numero di personaggi che si avvincendano intorno alla tormentata storia di Renzo e Lucia ne compare uno da non sottovalutare: non stiamo parlando del famigerato Innominato o del perfido Don Rodrigo, questi sono i grandi del romanzo più letto di sempre. Quello che si tende a sottovalutare, però, è quel piccolo sarto un po’ strampalato che Lucia incontrerà nel percorso verso il suo incompleto happy ending: Don Ferrante.

Il suo passatempo preferito? Restare immerso nelle fantasticherie della lettura. E che letture le sue!

Manzoni descrive la sua biblioteca, spazio misterioso e sulfureo del romanzo moderno, come allegoria del sapere vischioso, quel sapere che fiacca l’intelligenza con quelle inutili investigazioni del reale nelle sue molteplici complessità e che aveva già ironicamente descritto grazie alle letture del pauroso Don Abbondio. Ed ecco, attraverso quello che lui stesso e il narratore ci dicono nelle pagine del XXV e XXVII capitolo de I promessi sposi, un lungo decalogo di Vite dei Santi e di storie dei Reali di Francia mischiarsi, intrecciarsi e confondersi tra loro tanto da non riuscire più a distinguere la verità dalla finzione. Proprio per questo, il piccolo sarto vede in Lucia la protagonista delle storie lette tante volte nei suoi libri, la povera fanciulla perseguitata e, addirittura, gli risulta familiare  il miracolo della conversione di un personaggio come l’Innominato, letto proprio in quelle vite dei santi che tanto ama sfoggiare.

Ma perchè Don Lisander ci fa un elenco tanto dettagliato da necessitare un intero capitolo? Sta solo Il topo da biblioteca, Carl Spitzwegmettendo in luce la frivola cultura seicentesca, basata su ancora troppe superstizioni e pregiudizi sulle leggi scientifiche che si stavano lentamente affacciando? Probabilmente sì, ma non dobbiamo dimenticare che proprio il decalogo di queste letture ha permeso al romanziere di esplodere una parte ancora oscura di qui labirinti della storia morale e culturale del secolo di barbarie spagnole che la storiografia ottocentesca non aveva ancora affrontato.  Inoltre, è da notare, che saranno proprio le letture di Don Ferrante a portarlo alla morte: se non avesse letto e se non si fosse convinto che quelle nozioni di aristotelismo secondo le quali è impossibile che le malattie infettive, come la peste, possano propagarsi di corpo in corpo, avrebbe potuto prendere precauzioni sufficienti da evitare il contagio.

In fondo, il viaggio nella biblioteca reale delle letture del sarto era iniziato come un semplice divertissiment ma, mano a mano, si è trasformato in un crogiolo di inquietudine e insofferenza per la propria cultura che, non solo lo ha condotto alla morte, ma ha portato anche allo smembramento della sua preziosa biblioteca e, alla fine del XXVII capitolo, ci viene quasi da sorridere pensando ai fogli appallottolati e buttati nel camino da Manzoni mentre cercava di stilare un elenco più completo possibile di quelle letture che erano presenti anche nella sua, di biblioteca, e che a stento riusciva a tollerare.

Rossella Clemente – Corso di Laurea Magistrale in Filologia Moderna dell’Università Cattolica

Le letture di un Don Ferrante