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Dankirk è un film bellissimo. Un film di guerra che non parla di vittorie, ma di una disastrosa sconfitta. E chi è sconfitto (cioè non risulta vincitore) deve chiudersi nel suo dolore e vergognarsi? Oppure c’è una vera solidarietà tra gli uomini per cui la sconfitta è redenta dalla possibilità di andare avanti? Certo, ci sono a segnare il dramma i morti, migliaia, decine di migliaia: sparati, mitragliati, bombardati, schiacciati, stritolati, annegati, affondati, precipitati, bruciati… E un gran rumore, e il fracasso di motori e bombe (al cinema per i toni bassi tremano le poltroncine!), che accentua (nell’assenza o quasi di parole, di discorso, di dialogo, di possibilità di interloquire) una grande solitudine, proprio davanti alla paura della morte una solitudine maligna che ti rende pazzo, codardo, truffatore, disonesto, amorale, pronto a “farti una ragione” della morte altrui, cinico.

E poi la disperazione di questo mare/cielo che non finisce mai: e l’Inghilterra è là, non tanto distante (una quarantina di chilometri), “la si può quasi vedere”, ma non la si vede mai… E allora ecco la storia senza protagonisti, i volti (i tanti volti) di soldati che si assomigliano tutti un po’, che sono molto simili tra loro (hanno tutti gli stessi bisogni: sete, cibo, cesso, freddo, sonno), che si confondono tra loro. E il male, incombente, impersonale e senza volto, là alla periferia della città, là dietro le dune, là nel barbaglio del sole. E allora si capisce che si può inventare una storia da raccontare usando tre piani paralleli che solo brevemente si incrociano, mostrando la meraviglia di alcune scene viste (ri-viste) da punti di vista diversi (ma con gli aviatori, quanti infiniti punti di vista diversi!), la terra, il mare, il cielo con tre differenti spazi temporali che si accavallano tra loro.

Questo film è solo il frutto (e l’esperimento riuscito) di una nuova tecnologia che si chiama IMAX? o c’è di più? C’è la voglia di raccontare in modo nuovo, dando vita a un’esperienza corale della guerra (ci aveva provato Vasilij Grossman con Vita e destino), nella quale a fianco della disperazione c’è spazio per il suo opposto, la speranza: così gli eroi possono essere piccoli uomini, come il signor Dawson con la sua esile barchetta, un uomo umile e senza retorica che è conscio della grandezza del suo gesto, tutto teso a renderne partecipe il figlio, o George, l’altro quasi sconosciuto eroe, il ragazzino che sale quasi per sbaglio sulla barca di Dawson. Oppure basterebbe per capire tutto la lunga sequenza finale con l’aereo che a motori spenti sorvola la spiaggia, la più bella, gloriosa, inimmaginabile cavalcata del soldato-aviatore che si mostra (vittorioso nella sua sconfitta) ai compagni, che diventano davvero un infinito grido unanime. Insomma, senza volerci fare tutta una filosofia, comunque un film da non dimenticare. E la narrativa italiana che fa? Rincorre sempre i soliti piccoli gialli? Ripete l’inesauribile “taliare” di Montalbano? Se verrà spazzata via, forse se l’è meritato.

Edoardo Barbieri

La narrativa muore di solo giallo. Il cinema ci può aiutare?