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Una volta era tutto più semplice: carta, penna, una buona dose di pazienza, di organizzazione mentale e via, il capolavoro letterario prendeva forma poco a poco, tra una sbavatura d’inchiostro e un ripensamento, tra una variante e un’aggiunta a margine. L’editore, poi, prendeva in consegna il prezioso plico numerato e trasformava il manoscritto in libro, abile artigiano della parola impressa nero su bianco su fogli cuciti l’uno con l’altro, come un grande origami di pensiero. Oggi, invece, la situazione è molto diversa: codici sorgente, editor di testo, software open source, linguaggi di marcatura… sono solo alcuni degli strumenti del kit di pronto intervento per i nuovi autori ed editori di domani.

Ma siamo proprio sicuri di sapere di che cosa si tratta? Come usare correttamente queste bacchette magiche del nuovo millennio per continuare a produrre e offrire ai lettori prodotti di qualità che possano ancora stimolare la fantasia dei più piccoli e/o fare da ponte tra luoghi, tempi e culture lontane?

 

Una lingua altra da conoscere e utilizzare

Come la linguistica insegna, per veicolare efficacemente un messaggio, per vederlo recepito nel modo meno ambiguo possibile dal nostro interlocutore, non serve semplicemente un contenuto pregno di significato, ma anche una forma che ne rispetti l’integrità e che funga da canale di trasmissione preciso e senza interferenze; i passi da gigante compiuti dalla tecnologia negli ultimi decenni non aiutano, però, in questo senso, dandoci soltanto l’illusione di una maggiore facilità di comunicazione e di produzione dei contenuti più vari. L’informatizzazione dilagante impone, infatti, la conoscenza di un’altra lingua, “sotterranea”, che scorre al di sotto del testo, senza la quale sarebbe impossibile oggi redigere, inviare o pubblicare un qualsivoglia scritto, trovandoci a vivere in un preciso momento storico in cui si inizia a scolorire la nozione di “oggetto libro” o di supporto fisico al contenuto a favore di una maggiore evanescenza, garantita dallo sviluppo dell’elettronica.

Anche questa lingua altra, però, è un codice a tutti gli effetti e, come tale, esige la conoscenza e il rispetto di alcune semplici regole per poter essere felicemente utilizzata e compresa; l’obiettivo è, quindi, quello di offrire una breve panoramica sui principali strumenti utilizzati in campo editorial-letterario, nella speranza che l’incontro tra discipline umanistiche e informatica stimoli ulteriori riflessioni in proposito e una maggiore conoscenza da parte degli aspiranti professionisti del futuro.

 

Gli strumenti informatici dell’editore: gli editor di testo e i linguaggi di markup

Come è noto, il compito più importante svolto dall’editore è la trasformazione – attraverso un processo di mediazione e di interpretazione delle istanze e degli interessi del lettore – del testo in libro, cioè del risultato del lavorio creativo dell’autore in un oggetto acquistabile e godibile; non ci sbilanceremo con l’aggettivo “maneggiabile”, dal momento che la sempre crescente smaterializzazione e perdita di concretezza del supporto fisico a cui abbiamo già accennato impone qualche cautela a riguardo. Dal momento che possiamo, però, includere nel concetto di “paratesto”anche l’impaginazione e la trascrizione del contenuto in una forma comprensibile al lettore, per porre in essere la principale funzione della mediazione editoriale, l’editore deve essere in grado di conoscere e di utilizzare efficacemente alcuni strumenti specifici resi disponibili dalla disciplina informatica, come ad esempio gli editor di testo o i cosiddetti “linguaggi di markup”, indispensabili per la trasmissione o per la traduzione in formato elettronico di contenuti altrimenti inaccessibili.

Nell’esperienza quotidiana siamo soliti avere a che fare con strumenti come Microsoft Word o software come Works, Writer o la suite LibreOffice, ma magari non li abbiamo mai chiamati con il loro nome proprio: editor di testo. Questi programmi installati sui vari sistemi operativi dei nostri personal computer sono basati sul principio “what you see is what you get”, cioè “ciò che vedi è ciò che ottieni”. All’atto di battitura sulla tastiera corrisponde, infatti, un output immediato in carattere alfabetico comprensibile sullo schermo: in parole povere, ciò che scrivi è esattamente ciò che comparirà sul foglio elettronico di testo, proprio come una volta succedeva con la pressione della penna sul foglio che rilasciava inchiostro intrappolando i pensieri sulla carta.

Per quanto riguarda i linguaggi di markup, invece, qualche spiegazione ulteriore potrebbe risultare utile. Innanzitutto, il principio su cui sono costruiti i linguaggi “di contrassegno” o “di marcatura” è “what you see is what you mean”, cioè “ciò che vedi è ciò che intendi”, perché la preoccupazione principale non è l’esatta corrispondenza tasto-lettera a schermo, ma la struttura profonda, sintattica, sottesa al testo, permettendo di disporre correttamente gli elementi all’interno della pagina. Ciò che scriverai (anzi, compilerai) non sarà, quindi, l’esatta trascrizione del tuo pensiero, ma il codice sorgente che, accanto alla stringa di caratteri alfabetici del contenuto vero e proprio, fornirà anche delle istruzioni al programma relative alla sistemazione dei vari blocchi di testo. Questo tipo di linguaggi, come ad esempio HTML o LaTeX, sono utilizzati perlopiù nella produzione di contenuti sul web o di report accademici di discipline scientifiche, ma dimostrano in maniera ancor più puntuale ed emblematica l’effettiva presenza e, soprattutto, l’importanza di quella lingua altra, sotterranea che è necessario conoscere e utilizzare per esercitare in maniera consapevole e non parziale la mediazione editoriale.

Elisa Borella

La lingua sotto al testo: quando l’informatica incontra l’editoria