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Una storia sui missionari cristiani (nella fattispecie gesuiti) martirizzati in Giappone nel corso dl XVII secolo può apparire non molto attraente, a meno che il lettore non sia una monaca di clausura alsaziana. Per questo il libro Silenzio del grande scrittore giapponese Shusaku Endo (di cui pure avevo sentito parlare) me l’ero stupidamente lasciato sfuggire. Il film Silence invece no, quello, complice la regia di Martin Scorsese, aveva richiamato la mia attenzione e l’avevo voluto vedere. Ora ho però recuperato anche il romanzo e la comparazione tra i due è venuta evidente. Il film è infatti una tutto sommato fedelissima ripresa del libro, arricchita anzi da una impressionante ricerca quasi archeologica di oggetti, fogge, luoghi, modi del tutto dimenticati. Da qui in poi farò spoiler, per cui il lettore può, se vuole, arrestare la lettura. Innanzitutto la natura del citato silenzio: è il silenzio di Dio che di fronte al dolore, al sacrificio, alla morte resta muto, denunciando così il suo disinteresse, se non addirittura la sua assenza. Di fronte a chi muore per Lui, il cielo resta silenzioso, apparentemente indifferente. Questa è la domanda del protagonista che viene raccontata all’inizio in prima persona, poi dall’esterno.

Libro e film procedono secondo un parallelo quasi sovrapponibile, sino a farne un esempio da manuale dell’arte di uno sceneggiatore cha passa dalla narrazione romanzesca a quella filmica senza tradire il modello. Eppure c’è una sottile differenza. Nel film si viene indotti a pensare che forse davvero, come è ripetuto dai saggi buddisti, l’impiantazione del cristianesimo in Giappone fosse un gesto folle, incapace di una reale mediazione tra cultura tanto diverse. Così, il tradimento del vecchio gesuita apostata appare (cinicamente ma anche ragionevolmente) la scelta giusta, quella che evita il dolore e la sofferenza (inferta dagli uomini, tanto “sapienti e ponderati” da divenire i più crudeli persecutori!). Invece nel libro, quando il giovane gesuita – senza rinnegare l’altra vocazione, quella del suo compagno, che aveva scelto di morire affogato assieme ai suoi fratelli convertiti – viene costretto a scegliere tra rinnegare a sua volta e la morte dei cristiani apostati, accade qualcosa. È Cristo stesso che gli suggerisce, rompendo finalmente il lungo silenzio, di calpestare la sua immagine, dicendogli che Lui è venuto proprio per accettare il rinnegamento degli uomini, per essere calpestato e ucciso. La scena c’è, sia chiaro, anche nel film, ma viene poi riassorbita nel tristo prosieguo della vita dell’infame traditore, quasi che a redimerlo sia una mezza crocetta posta sul suo corpo prima della cremazione. Invece nel libro quella scena assume una potenza diversa, come se il gesuita dovesse piegarsi ad accettare di prendere parte con la sua stessa vita all’annichilimento di Cristo. È una sfumatura, certo, ma che fa un’enorme differenza…

Edoardo Barbieri

Cinema e letteratura: il caso “Silenzio”