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Lungo tutti gli anni ‘90 del secolo scorso Feltrinelli ha pubblicato, nella splendida traduzione di Yasmina Melaouah, la serie di romanzi di Daniel Pennac (professore di liceo a Parigi, di origini italiane) dedicati a Benjamin Malaussène, capro espiatorio prima per professione in un grande magazzino, e poi per vocazione nel grande mercato della vita. Immerso nella sua curiosa famiglia fatta quasi tutta di fratelli e sorelle, il nostro B.M. attraversa incredibili avventure (sempre tinte dal giallo di delitti improbabili e grotteschi) in cui viene immancabilmente accusato dei più atroci delitti per poi ritrovarsi innocente, anche se assai ammaccato. La serie è divertente, scanzonata, frizzante. L’invenzione originale, appassionante, imprevedibile. La scritture briosa, accattivante, piacevolissima.

Non so dire se Pennac sia un grande scrittore (senza scomodare il celebre pennello “Cinghiale”, di quando si poteva far intendere che i pennelli si facevano spelando gli animali: ora è vietato dirlo!), certo è un grande narratore, un affabulatore d’eccezione. Si capiscono così tante cose. Perché tutta la tribù M. la sera la passi non davanti alla TV, ma ascoltando leggere o narrare nella piccola arena circondata dai letti a castello. Perché continua sia la possibile complessiva deviazione teatrale, vuoi di alcuni personaggi (il volgarissimo Jérémy in particolare), vuoi del Pennac stesso (anche se il film tratto da Il paradiso degli orchi è orrendo e fu un fallimento totale).

Perché il nostro B.M. abbia trovato alla fine lavoro proprio in una casa editrice di narrativa, quella diretta dalla Regina Zabo. Perché Pennac abbia scritto un meraviglioso saggio sulla lettura, le sue ragioni e i suoi modi (soprattutto a scuola), Come un romanzo. Fatte tali premesse è ovvio che a) la famiglia M. divenga un universo autonarrante a sé stante in continua espansione, anche numerica; b) che i cultori della saga costituiscano una setta di appassionati dai precisi confini; c) che con l’andar del tempo Pennac (ormai in pensione da scuola) abbia assai malaussènato di qui e di là, complice un duraturo successo in una nicchia di pubblico un po’ intellettuale e certo di sinistra. Dopo un lunghissimo silenzio, è da poco disponibile Il caso Malaussène. Mi hanno mentito, ultima puntata della saga (in realtà primo volume di una storia in due parti: attendiamo la seconda).

Curiosa la volontà di riprendere la narrazione come se fossero realmente passati quasi vent’anni anche per i personaggi del racconto: essendo molti di essi dei bambini nei primi romanzi, ora sono dei giovani che è difficile “riconoscere”. Il rimedio trovato è peraltro peggio del male, con un lungo indice alfabetico di “personaggi e interpreti” che, in modo scanzonato, dovrebbe permettere di identificare tutte le persone citate. Comunque l’ultima “avventura” parla di un rapimento e, in parallelo, delle vicende di B.M. intento a “proteggere” (manco fosse una star del cinema o un’anima dannata della mafia) un misterioso autore delle Edizioni del Taglione, dove lavora B.M., autore che ha svergognato i propri genitori adottivi (scatenando l’ira dei fratellastri) per l’unica colpa che, quand’era bambino, avrebbero incensato e mitizzato i genitori naturali (a me parrebbe invece una così bella cosa…). Mi hanno mentito sarebbe appunto il titolo del romanzo dedicato a svergognare le pietose menzogne narrate dai genitori adottivi per coprire col velo della eccezionalità e di morti eroiche più squallide storie di postriboli, abbandoni di minori e quant’altro. Mi è difficile giudicare un romanzo a metà. Certo, la pretesa di “aggiornamento cronologico totale” proposta dall’autore (che gli offre comunque nuovi, infiniti spunti narrativi) rende però difficilissimo per il lettore cogliere tutti i fili delle vicende narrate che si pongono in dialogo e continuità con i romanzi degli anni ’90. Ma non è su questo che vorrei insistere: solo l’uscita del secondo volume chiarirà se l’operazione è o meno riuscita. Il Mi hanno mentito che ho posto a titolo di queste parole e che vorrei far mio riguarda un’altra questione, il contesto diciamo così socio-antropologico in cui sono ambientate le storie di B.M.

Pennac è infatti uno dei massimi teorici della teoria della compenetrazione pacifica tra culture, etnie, tradizioni e religioni. I suoi personaggi sono francesi ma vivono nell’universo culturale del quartiere parigino di Belleville, un misto franco-cinese-africano in salsa araba (con anche un po’ di ebrei) molto simpatico e divertente (i cristiani, invece non ci sono letteralmente più: drammatico e realistico ritratto della Francia contemporanea): una specie di gioiosa baraonda, un viale Padova in continua festa contro i cattivi speculatori/borghesi/disonesti. In realtà la morale di Pennac (e di B.M.) non è certo manichea e spesso è del tutto ragionevole. Solo che questa utopia secondo la quale naturaliter tanta gente diversa si incontrerebbe, amerebbe, rispetterebbe, aiuterebbe, sosterrebbe si è nel tempo semplicemente dimostrata non vera. È proprio entro realtà come quelle della Belleville malausseniana che purtroppo sappiamo è covato il germe dell’estremismo islamico, degli attentati, delle bombe. Mi piacerebbe si potesse discuterne. Fino ad allora resto fermo nella mia affermazione iniziale: Mi hanno mentito.

Edoardo Barbieri

Il caso Malaussène. Mi hanno mentito